una notte a pesca

Ero nell'età in cui da un pezzo non si crede più nelle
favole, tuttavia l'uscita di notte in barca a pescare mi metteva addosso una
fortissima eccitazione, avevo la sensazione di vivere un'avventura, un'emozione
che mette fermento nella schiena, un’emozione come quelle provate dai
protagonisti di un libro di Salgari.
Ricordo:
Una
sera in un paesino della riviera ligure (dove ho passato gran parte della mia
giovinezza), insieme ad un esperto Pescatore e ad altri due amici, ci prepariamo
a partire per la pesca con tutti i rituali che chi va per mare si porta dietro.
Si
comincia con i preparativi per attrezzare la barca da pesca: si posano i remi
sui sedili in modo da poterli adoperare subito, si controlla la borra di sfiato
per l'acqua, si dispongono le ceste dei palamiti in modo da non rovesciarle e da
poter manovrare senza intralci nel momento della pesca, si collocano lampade
ed arpioni in posizioni strategiche, tutto è abituale e preordinato, sembra di
officiare ad una messa.
Questi
preliminari, anche se abituali, ampliano la sensazione di avventura e di mistero.
La
spiaggia è deserta, tutto profuma stranamente di pulito, di nuovo, persino
l'odore acre dell'esca, che farebbe inorridire un famelico gatto, pare
integrarsi perfettamente all'ambiente.
Tutto
è pronto, la barca ripiena dell'attrezzatura viene liberata dalle zeppe di
sostegno e tra uno sfrigolio di sassi spinta verso il mare.
L'acqua
è calmissima, solo un live sciacquio ne indica la sua natura liquida, il suo
colore, acceso dalle luci della passeggiata a mare, è di un verde tenue e fa
risaltare i sassi del fondo come fossero pietre preziose.
Lentamente
la barca appoggia la sua prua dentro di essa e turba quella immobilità magica,
onde parallele si allontanano e danno l'impressione che il fondo si muova. Ora
la barca è completamente in acqua e galleggia mollemente, tutti salgono,
l'ultimo da' una spinta e sale al volo.
L'avventura è cominciata!
I
remi messi negli scalmi iniziano a spingere la barca ed un lieve sciabordio
ritmico indica l'accelerazione impressa da ogni remata, ci immergiamo sempre di
più nell'oscurità e man mano che ci allontaniamo il buio ci inghiotte.
L'onda generata dalla barca ed i remi che emergono dall'acqua si illuminano di mille lucciole, piccoli
animaletti fluorescenti si accendono turbati dal movimento dell’acqua, sembra
di essere nel paese "dell'isola che non c'è" e ti aspetteresti di
trovare Campanellino che cosparge di polvere magica la barca. Solo le luci da
terra indicano la posizione in cui ci troviamo e ci rincuorano sulle
possibilità del ritorno.
Il
silenzio è assoluto e solo alcuni rumori attutiti ci arrivano da lontano
correndo sulla superficie del mare;
...siamo veramente soli.
Il
Pescatore ad un tratto si alza in piedi, guarda l'allineamento di alcune luci
sulla costa e come come il capitano Achab, solennemente dice: "va ben
semmo arrivè, dagghe fondo" (va' bene siamo arrivati, dai
fondo).
Subito una corda, con attaccato una
pietra ed un galleggiante, viene gettata in mare e si comincia a
"calare" la lunga sequenza di filo e di ami innescati con quell'esca
"profumata" di cui parlavo prima.
I
perentori ordini del Pescatore a chi è ai
remi è l'unica variante a tanto silenzio.
L'atmosfera
è gioiosa anche se nessuno parla, a me sembra di essere l'officiante di un rito
magico in un fil di Walt Disney.
Finito di calare il
"palamito" (circa un Km. di lunghezza), ci spostiamo sulla boa iniziale e dopo un
po' cominciamo a salpare. Una cascata di piccole luci sale con il filo
sino in barca, sembra una catena di stelle che nasce dagli abissi.
Il palamito salendo parla e
dice a chi lo gestisce cosa succede alla sua catena di ami sprofondati nel mare,
è un linguaggio ascoltato con le dita, le vibrazioni trasmesse dal filo sono
parole, emozioni, speranze ... e così ascoltando in religioso silenzio continuiamo,
ognuno con compito preciso, a recuperare il
filo "madre" ed a disporre gli ami
nel paniere.
Ad un tratto il Pescatore mormora "o ghè"
(c'è) e comincia a
salpare con più velocità e prudenza per non infilarsi gli ami nelle dita, si
sente che è in tensione come il filo che tiene nelle mani e che ogni tanto
sfrigola nell'acqua per una tensione improvvisa, non passa più il filo agli
altri componenti, ma lo accumula in una mano.
Uno sfrigolio più
forte costringe il Pescatore a gettare parte del filo raccolto in acqua ed a
bloccare quello rimasto ad uno scalmo della barca, un'imprecazione sfugge dalla
sua bocca che subito si irrigidisce in una smorfia da sforzo; "o
perdemmo" sibila a labbra chiuse, ad un tratto il filo si ammoscia
improvvisamente: "attenti, o l'è a galla e no so cos'o l'è" (attenti, è a galla e non so
cos'è).
Rapidamente sposta l'arpione sul bordo della barca, ma improvvisamente il filo
si tende di nuovo e si sposta ora a
destra ora a sinistra fischiando nell'acqua.
Con la poca luce di
bordo cerchiamo di vedere cosa si è attaccato all'amo, ma il buio della notte
non fa vedere che tracce di fluorescenza in direzione dello spostamento del
filo, ad un tratto una scia argentea si intravede nel mare e quando passa nel
cono di luce della nostra lampada diventa una grande ombra nera, perdendo
temporaneamente l’aspetto di cometa, che riacquista subito dopo essere uscita
dal fascio di luce; un brivido mi
corre per la schiena, al secondo passaggio sotto la luce, il Pescatore grida:
"attenti figgiêu o l'è in ciuccio" (attenti ragazzi è un trigone ).
In
acqua il pesce sembra un animale enorme, con le sue ali frena, come fosse un
paracadute, ogni sforzo di avvicinarlo alla barca, dopo un tempo infinito,
tirando e rilasciando il filo cosparso di ami, riusciamo ad avvicinare il pesce, il
marinaio preso il "garbo" (raffio o uncino) lo arpiona saldamente, ma il pesce non domo
si difende schioccando la coda
velenosa contro la barca, l'emozione è realmente palpabile.
Dopo
un po' di tentativi, riusciamo ad imprigionare la coda con un salaio e tiriamo
in barca l'animale, è davvero grande, io mi sento tremare, dallo sforzo i miei
muscoli si contraggono aritmicamente, il Pescatore guardando il pesce dice:
"semmo steti prorio bravi, o nu l'ea facile tialo a bordo" (siamo stati proprio bravi, non
era facile tirarlo a bordo).
Remando
per il ritorno, come giovani guerrieri guardiamo il trofeo orgogliosi di essere
stati all'altezza della situazione.
I
quattro remi dell’imbarcazione battono ritmici la superficie del mare ed in
poco tempo arriviamo a riva e tiriamo la barca in secco, spente le luci ci
salutiamo ed io mi ritrovo di nuovo solo.
Seduto sulla spiaggia davanti alla bellezza del creato mi
accorgo che la battaglia ha per un momento spento l'immagine che, alla partenza,
mi aveva riempito il cuore, così, inconsciamente mi ritrovo a fare
considerazioni sui diversi modi di sentire e vedere l’ambiente in cui vivi:
Ogni sensazione che provi ti porta a considerare
diversamente le cose che hai intorno e questo cambia il modo di vedere ciò che
ti circonda.
Le
emozioni modificano la percezione dello scenario e, come in un teatro, su uno sfondo sempre uguale trame diverse ti fanno "vivere" ambienti costantemente mutevoli.
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