Torrio (val d'Aveto)
Non sono Matusalemme, eppure ho vissuto alcune estati della mia giovinezza in un paesino
rimasto alle soglie del medioevo.
Situato in un posto remoto dell’Appennino ligure a circa 1.100 mt. di quota, Torrio era allora raggiungibile, nella bella stagione,
solo a piedi e dopo diverse ore di cammino.
Data l'altitudine e le strade
rese impercorribili dalla neve il paese rimaneva completamente isolato durante i
mesi invernali.
Le strade praticabili erano due:
- una partendo in quota dalla cittadina di Santo Stefano valicando un monte;
- l'altra risalendo la montagna, partendo dalla strada che scorre lungo la valle del fiume Aveto.
A dire il vero una strada carrozzabile era stata tracciata, ma il terreno franoso e le
difficoltà di costruzione incontrate avevano interrotto il progetto.
Un unico camion, chissà come arrivato sino ad un poggio in vista del paese, era
rimasto lì ad arrugginire senza più la possibilità di ritornare su di una
strada percorribile (in seguito la sua dinamo fu utilizzata per produrre
l'energia per illuminare alcune parti comuni del paese).
Il paese era e penso sia ancora oggi, formato da due rioni divisi da un torrente:
- il rione occidentale (Torrio sotto), più recente e “moderno”, comprendeva la chiesa ed
alcune case nuove,
- il rione orientale (Torrio sopra), il vero borgo antico, comprendeva una
ventina di case risalenti a secoli addietro.
Alle spalle del
paese, verso nord, si ergeva un monte con la sommità tondeggiante ricoperta da
uno strato sofficissimo di erba sempre verde, sede di pascolo del bestiame.
L’unica cosa che non mancava in quel luogo era l’acqua, sgorgava freddissima e limpida da
tutte le parti, sino a mettere in pericolo il rione orientale, che lentamente si
spostava verso valle.
Le case antiche di Torrio erano perlopiù costruite in modo identico:
in muratura, rivolte a sud e con il tetto fatto da strati di paglia compattati e
resi impermeabili da un collante ecologico del posto: cacca di mucca mescolata
ad acqua (materiale usato con profitto in molti frangenti).
Normalmente erano costruite su due piani, in cui il primo era diviso tra la cucina e
la stalla, ed il secondo ospitava il fienile e le camere da letto.
L’ambiente camera, situato sopra la stalla ed attrezzato in modo da resistere
al meglio al freddo senza sprecare combustibili, era così strutturato:
- pavimento in legno con ampie fessure per accogliere il calore (e gli effluvi)
proveniente da sotto,
- versanti est/ovest protetti da muri laterali di grande spessore,
- lato nord riparato dal fienile e dalla cucina,
- sopra il tetto in paglia.
Le strade erano lastricate con pietre, piatte nelle vie centrali e tonde sulle strade
periferiche. Al centro del borgo antico vi era la piazza principale, che si estendeva per oltre una cinquantina di metri quadri, anche
questa
lastricata, veniva usata nel periodo della mietitura come battitoio per il
grano. La si preparava ricoprendola con un intruglio ben amalgamato (fatto con
il materiale già usato per i tetti),
che seccato creava un piano perfettamente
liscio su cui battere il grano senza perdere chicchi nelle fessure.
La lingua parlata (dialetto) era un genovese mischiato al piacentino, armonico e piacevole
da ascoltare, capibile con un po’ di fatica da chi conosceva bene il genovese.
Sin dall’ottocento la mia famiglia frequentava il paese e lo usava per dare riposo
ed allegre passeggiate alle signore e come base per la caccia ai maschi della
famiglia.
Così i miei genitori, come tradizione, visto che la mia età si avvicinava alla fine della
pubertà, decisero di concedermi un periodo di solitaria spensieratezza in quel
posto antico e pieno di fascino e di affidarmi ad una anziana signora del posto
che mi avrebbe ospitato ed accudito per tutta la vacanza.
La vita si svolgeva come ai primordi della civiltà, tutto era prodotto in loco e le ruote
non erano una prerogativa del villaggio.
Il mezzo di trasporto era la slitta, un carro con pattini in legno, fatti da
giovani alberi cresciuti su terreni scoscesi, in modo da avere il tronco
iniziale ripiegato su di un lato.
La slitta, data la natura del terreno e delle strade periferiche (pietre tonde), era molto più efficiente di un carro con ruote,perché poteva essere utilizzata indifferentemente su terreni
acquitrinosi, erbosi o rocciosi ed aveva il pregio di poter essere costruita in
casa utilizzando esclusivamente legno.
La corrente
elettrica era una cosa di cui si parlava ma che non era mai arrivata nel paese,
la installò negli anni successivi il Prete, utilizzando l’unica risorsa
abbondante: l’acqua.
Installò presso una cascata una piccola pala da mulino e con la dinamo del camion del
poggio e con fili di ferro portò qualche lampada ad illuminare alcune strade e la chiesa.
Questo però gli costò una denuncia alla magistratura.
Così i
carabinieri arrivati “in alta uniforme” (non l’accompagnarono al primo treno,
perché non c’era) gli consegnarono una diffida a proseguire nell'atto
sacrilego. Tanta sfrontatezza, perpetrata per
giunta da un rappresentante del clero, non poteva essere tollerata (si perché l’energia elettrica era
monopolio statale ed il produrla "abusivamente" era reato).
Il prete tuttavia fece spallucce e si limitò ad interrompere l’erogazione dell’energia elettrica solo
all’arrivo della Benemerita, anche perché, come nelle migliori tradizioni
“Apache”, tutti i movimenti da e per il paese erano segnalati con largo
anticipo e resi noti a tutta la popolazione.
Tutto il paese sapeva quando il prete andava a dormire, perché prima di
coricarsi scollegava il generatore elettrico ... e.. buonanotte
Lì tutto era “abusivo”:
- era abusivo
il negozio dove si vendeva tutto ciò che il paese non riusciva a produrre in
casa,
- era abusiva
l’osteria, dove si vendeva vino e vari tipi di tabacco (nazionali semplici,
toscani e tabacco sfuso)e dove si decidevano tutte le attività del borgo,
- erano abusivi la balera
(all'aperto) ed i musicanti suonatori di fisarmonica.

Ricordo una sera in cui si festeggiava qualcosa nel paese (forse ferragosto):
per l’occasione erano stati chiamati dei suonatori di fisarmonica "foresti" ed era stata
organizzata una festa da ballo in cui tutta la gioventù e non, si cimentava
scatenandosi in Mazurche e Polche.
Nel mezzo della festa, quando l’allegria era al culmine, la vedetta di turno
lanciò il fischio d’allarme e come le marmotte tutti i partecipanti si
rintanarono frettolosamente nelle loro case lasciando solo varie candele e lumi
colorati ad illuminare il piazzale-balera. Dopo poco, due gendarmi si presentarono al
rappresentante del paese intimando diffide, perché il volgo non può e non deve
prendersi certe libertà (senza pagare).
Questa era proprio vessazione, perché lo stato non solo non dava nulla, ma pretendeva,
come nel medioevo, la gabella.
_________
Le mie vacanze:
(dico mie vacanze perché si sono svolte in più anni ed i ricordi non mi
permettono di definire esattamente gli avvenimenti di ogni estate.)
Accompagnato dalle zie, perché pratiche del posto, si parte con la corriera da
Chiavari e si percorre tutta la val d'Aveto sino al paesino di Boschi (700 mt.
slm.), poi a piedi, portando le valigie per il soggiorno, si sale per la pseudo strada citata
in precedenza sino a Torrio (1100mt slm.).
Dopo una fatica immane, passando attraverso un bosco fittissimo e scosceso, si arriva come
d'incanto al "poggio" dove staziona il Camion con le ruote
completamente affondate nel fango e la vista finalmente può spaziare su di un
panorama bellissimo ed inatteso. Il paese visto da quel posto sembra proprio la raffigurazione di un presepio,
da un lato la chiesa con le case di nuova costruzione dall'altro un borgo
medioevale rimasto chissà come integro e vivo, quasi come se un sortilegio
avesse congelato il tempo dentro una cupola di cristallo.
Per scoscesi sentieri, passando per Torrio Sotto, ci dirigiamo verso la casa della mia
ospite (Torrio sopra) che ci attendeva, avvertita da tempo, sulla porta di casa.
La signora Meimi, questo era il
nome della padrona di casa, una signora di età indefinibile con un allegro
sorriso sempre piantato sulla bocca ed un atteggiamento da Mary Poppins, ci
accoglie con grande allegria e ci invita ad entrare;
la casa era la classica
abitazione sopradescritta, ma con notevoli migliorie: al posto della stalla c'era il negozio, un bazar
fornito di tutto quello che il paese poteva aver bisogno ed al posto del fienile
vi era un’altra camera da letto, il tetto tutto rifatto era "moderno", tutto di
tegole rosse.
La “Meimi” era la signora che aveva da sempre ospitato il turismo di famiglia,
quindi conosceva tutti sin da bambini, zie comprese.
Dopo le raccomandazioni di rito, le zie mi lasciano in sua custodia e ripartono, a piedi
sino alla corriera di Boschi per il ritorno (un safari).
La mia avventura ha così inizio:
Essendo l'unico turista del posto, la prima e unica cosa da fare è quella di adeguarsi ai ritmi di vita del paese e vivere come un qualsiasi membro
della comunità.
Nel paese vengo trattato come ospite di riguardo da tutti, anche dai ragazzi del posto, che mi inseriscono nelle loro attività con molta gioia e curiosità.
La vita del paese si svolge seguendo i ritmi del sole e delle necessità del bestiame, unica vera risorsa del posto.
All'alba il borgo si sveglia ed inizia ad accudire il bestiame, che, dopo la mungitura viene liberato e diretto verso i pascoli di montagna.

Il compito di dirigere e sorvegliare il bestiame è affidato esclusivamente ai
ragazzi ed alle ragazze del posto, che trascorrono la giornata insieme a
mucche, asini e muli.
I cavalli, troppo costosi ed inutili erano assenti, le
pecore, poche, erano viste come un sottoprodotto e venivano trattate con
disprezzo.
Così di prima mattina ci si raduna nella piazza del borgo ed insieme si inizia l'avventura
quotidiana.
Provvisti di scorte alimentari per le necessità della giornata,
si seguono gli animali per il lungo tratturo che porta alla “montagna
erbosa ” (così la chiamo perché non ne ricordo il nome), un monte fatto
a panettone, ricoperto di un tappeto di sofficissima erba, su cui si cammina
come su di un materasso.
Tutti gli animali in transumanza, escluso muli ed asini, portano una campana al collo e
dal suono i miei compagni riconoscono il nome dell’animale ed
il proprietario dello stesso (nome e cognome), a volte riescono a
riconoscere animali e proprietari dei borghi vicini (vicini in senso lato, perché
si trattava sempre di valicare qualche monte).
Appena usciti dal paese ci si organizza per trovare il mezzo di trasporto (qualsiasi quadrupede in grado di sorreggerci),
la cosa però non si presenta quasi mai semplice visto lo stato semibrado degli animali e la mancanza di qualsiasi
bardatura.
Si monta a pelo, con unico appiglio la criniera, si guida spostando il peso del corpo
nella direzione desiderata tirando contemporaneamente la criniera a destra o a
sinistra e nella corsa si ammortizzano i sobbalzi appoggiando la mano sinistra
sul garrese.
I pezzi più ambiti sono i muli, difficili e pericolosi, per essere montati devono essere
affrontati in due:
il primo, con un pezzo di pane sul palmo di una mano offre
da mangiare all’animale, quando questo si accinge a mangiare lo afferra per
le narici e contemporaneamente gli si passa un braccio intorno al collo
imprigionando così il mezzo di trasporto,
l’altro salta immediatamente in
groppa all’animale, che dopo un po’ di proteste si lascia cavalcare.
Arrivati al
pascolo, tutti gli animali si disperdono, controllati e localizzati
esclusivamente dal suono dei campanacci. Così, rimasti senza impegni pressanti,
si comincia ad escogitare svaghi per passare la giornata e, con la fantasia da
ragazzi, vi è solo il problema di non esagerare. Tutti i giorni in questo
andirivieni tra villaggio e pascoli, avventure e pericoli si susseguono:
-
Il Rodeo, come
cimentarsi con la paura:
l’unica
bestia temuta e lasciata da parte è un mulo, bello come un cavallo, ma
pazzo più di un mulo, nel suo curriculum vantava l’uccisione del suo
padrone con calcio. Essendo ragazzo ed amando le sfide, il mulo in
questione solletica la mia fantasia, sin ché un giorno decido di
cimentarmi con lui (mulo): preso il pane mi avvicino, questo gradisce
ed inizia a mangiare nel mio palmo, a quel punto faccio per afferrare le
narici e cingergli il collo, ma una lieve indecisione (di paura) da’ al
mulo il tempo di reagire e con una sgroppata si gira scalciando
ripetutamente, il movimento brusco dell’animale fortunatamente mi ha
buttato a terra e così i suoi zoccoli passano a pochi centimetri dal mio
viso senza colpirmi.
-
Il mulo
spaventato (rivalità e cattiverie tra paesi Torrio & Ferriere):
la “montagna erbosa ” non è riserva dei soli abitanti di Torrio, ma
di quando in quando, ragazzi di paesi al di là del monte portano a loro volta
il bestiame a pascolare nelle vicinanze e così si accendono dispute e rivalità
tra i diversi “Clan”: Un giorno mentre saliamo per i sentieri della montagna, dei ragazzi con dei
maglioni in testa escono gridando da un cespuglio e fanno imbizzarrire le
bestie. Io in groppa ad un mulo sono il primo della carovana, la bestia spaventata
invece di impennarsi come mi attendevo, comincia a scalciare sollevando le terga, così comincio a scivolare verso il collo aggrappandomi disperatamente alla
criniera. Dopo alcune sgroppate il mulo sembra acquietarsi, ma improvvisamente
prende a galoppare verso valle e si dirige direttamente alla scarpata a lato del
sentiero, nel mio equilibrio instabile, sempre più spostato verso il collo
dell’animale, mi afferro, sdraiandomi sulla schiena, alla pelle che passa tra le
zampe posteriori e la pancia e in questa scomoda posizione osservo con terrore,
attraverso le orecchie del mulo, il fondo della scarpata.
Arrivati a valle, non so come (il dislivello è di una trentina di metri), la
bestia, come liberata da ogni paura, si mette pacificamente a bere ed a
passeggiare nel rigagnolo in fondo alla scarpata, io, sempre sdraiato sulla sua
schiena e con le gambe serrate intorno al collo cerco di rialzarmi, ma le mani
che afferrano la pelle, non rispondono alla mia volontà e continuano a rimanere
serrate.
-
Il salto con
l'asino:
nelle verdi praterie, come detto,
si cercano svaghi e passatempi che solo la fantasia può limitare, così un
giorno ci si inventa il salto con l’asino, cosa molto improbabile data la natura
dell’animale, ... però a suon di provare...
riesco ad indurre la bestia al salto di un piccolo tronco. Preso da
raptus, mi pongo in testa di fare qualcosa di grande e lanciato l’asino al
galoppo lo dirigo verso un piccolo torrente che scorre placido in mezzo
all’erba e tento il salto: preso perfettamente il tempo con il suo galoppo, partiamo (io e l’asino) verso il grande salto e lui, come la cosa più naturale del mondo,
balza verso l’altra sponda, arrivati sulla riva opposta la gravità fà
sentire la sua presenza e le gambe dell’asino gravate dal suo e dal mio peso
si piegano in modo anormale, tanto che mi sorge il pensiero: “ops! Si rompe”, invece la
forte fibra di questi animali ha la meglio e la sua folle corsa continua senza
traumi.
il primo pomeriggio è dedicato al volo: alla fine della montagna verde, verso est, vi è un declivio che si raccorda
con un monte che sale verticalmente formando una specie di imbuto in cui il
vento di mezzogiorno che proviene dal mare si incanala in modo abbastanza
violento e costante. Sfruttando questa prerogativa ci si immerge a braccia aperte nel vento e con le
sole punte dei piedi posate a terra ci sporgiamo il più possibile verso il
dirupo, praticamente galleggiando nel flusso costante della “brezza di
mezzogiorno”.
-
La lepre
spaventata dal fucile: nell’ultimo anno di vacanza a Torrio, mio padre mi ha permesso di portare il
fucile, un fucile di calibro piccolissimo, adatto al massimo a colpire un
passero da una decina di metri. Con quest’arma micidiale mi aggiro per le colline del posto in cerca di
prede, quando attraversando un campo di patate un pezzo di piumino bianco
nascosto in mezzo alle foglie attira la mia attenzione: non sapendo cosa sia, con la canna del fucile alzo il ramo e vedo due occhi
che mi fissano ... una lepre, il sangue si raggela; con movimenti lentissimi
porto il fucile alla spalla..... un dubbio mi assale: dove colpirla? Al cuore
naturalmente. Prendo bene la mira e da oltre venti centimetri faccio fuoco..., la lepre
colpita al cuore, mi guarda stupita, si alza e saltellando corre via...
L’immagine del piumino della sua coda che si allontana, rimane nella mia
memoria come unico trofeo della giornata.
- I cani ed il"pecoro":
raccontavo prima dell’ostilità dei
ragazzi del posto verso le pecore, che vengono costantemente allontanate e
maltrattate e forse per questo o per un antico senso di protezione si
raggruppano costantemente in gregge.
Un giorno, dai colli al di là del monte, vediamo arrivare due cani che subito
si interessano alle mucche sparse nel prato intente a pascolare, ma un brusco
movimento del capo fornito di corna della mucca più vicina fa rapidamente
allontanare i due curiosi. I cani in un primo momento accolti con indifferenza dai miei amici vengono in
seguito anche
da loro scacciati in malo modo, così che si dirigono verso il gregge.
Il
maschio dominante si interpone subito tra loro ed il gregge, tenendo la testa
alta e fremendo in senso di sfida, ma i cani non si fanno intimorire e si
avvicinano ancora di più, provocando una carica del montone.
Questo modo di fare eccita i cani, che sdraiandosi per terra ed abbaiando
sollecitano l’animale a caricare, spostandosi poi rapidamente in direzioni
opposte quando questi lo fa.
Una lieve apprensione comincia a serpeggiare
tra i ragazzi che cominciano a vociare per cacciare gli intrusi, ma
questi continuano imperterriti il loro gioco. Adesso non scappano
più di fronte alle cariche, ma allargandosi sempre meno, ora uno,
ora l’altro, cerca di morsicare le zampe posteriori dell’animale,
sino a quando un brandello di pelle rimane tra i loro denti.
Alla vista del sangue da animali
giocherelloni si tramutano in famelici lupi.
Il loro aspetto improvvisamente mutato, il pelo sulla schiena irto ed i movimenti lenti e
controllati, fanno presagire infausti eventi.
Ora non si dispongono più appaiati di
fronte all’animale, ma si posizionano in modo che uno di essi abbia le
terga del montone a portata di bocca.
L’epilogo avviene in pochi minuti, uno
dei due cani riesce con un morso a squarciare l’addome del malcapitato
animale ed a ghermirne le interiora sfilandole completamente, la scena che ne segue potrebbe far parte
di un film degli orrori.
I cani, abbattuto l’animale, si
rimpinzano fino all’inverosimile e come otri ricolmi si allontanano
barcollando.
Il silenzio è calato come una cappa,
nessuno ha nulla da dire. Ci guardiamo negli occhi con il rimorso di non
aver fatto nulla per fermare lo scempio.
-
Il ritorno:
quando il sole si avvicina all’orizzonte si raduna il bestiame per il
ritorno, si fa la conta chiamando nome per nome ed in base al suono dei
campanacci si individuano gli animali dispersi nei vari boschetti circostanti
(dico boschetti perché sono perlopiù di una decina di metri quadri, con al
centro uno spazio libero delle dimensioni di una mucca, questi boschetti sono
utilizzati dal bestiame per la siesta e per il riparo dal sole, dando in cambio un ottima concimazione). Al grido di “tutti presenti” si inizia la marcia di ritorno, con la solita
manfrina dell’accaparramento del mezzo di trasporto. Arrivati al paese il flusso si disperde automaticamente in tanti rivoli ed
ognuno ritorna al nido natio.
-
La sera: come
spendere 1.000 lire in un mese:
mille lire in quei tempi erano una bella somma per un ragazzo
(probabilmente circa di 50€ al valore attuale), ma sono una cifra iperbolica in quel
paese e quindi spenderle (o semplicemente spendere) è un problema, l’unico
posto atto alla bisogna è l’osteria, dove la sera con gli amici ci
intratteniamo in favolose partite a carte. Io talmente ricco da non saper cosa fare dei soldi, cerco di offrire tutto a
tutti, ma invece di approvazione da parte dei beneficiati, ricevevo critiche ed
accuse di sperpero, perché anche i loro bisogni sono consoni alla condizione
di vita del posto e non provocano desideri di ottenere di più di quello che
hanno (non sanno cosa farsene).
Finito
il periodo della felice adolescenza, non sono più ritornato in quel paese per
un lungo periodo, sin ché un anno passando con la moto da quelle parti, mi
prende la curiosità di rivedere quei posti. Così:
-
Dieci anni
dopo: un incontro scioccante:
In una solitaria gita in moto, passando
per la Val D’Aveto ripenso ai posti della mia gioventù ed una irrefrenabile
nostalgia mi prende. Così presa la strada per Torrio, questa volta asfaltata,
mi inerpico per i tornanti che portano al paese, arrivo al poggio e ripercorro a
piedi la nota strada che mi porta alla casa della Signora Meimi, durante il
tragitto mi sento chiamare per nome da una signora a cui davo apparentemente
un’età indefinibile, ma certo più vicina alla maturità che non alla gioventù, la
signora in questione con un grande sorriso mi apostrofa “Hei!! non ti ricordi
più di me? sono la “Gina”, ti ricordi dei bei tempi passati sui pascoli?” per
quanta fatica faccia per ricordare, solo il nome mi dice qualcosa, la figura no,
non posso collegare la signora in questione alla ragazzina a cui lei si
riferisce, ricordo il volto di una giovinetta molto carina, sempre in
competizione con i maschi e con un’allegria innata e contagiosa, ma non posso
associare lei a quell’immagine.. il mio io si rifiuta di crederlo, tra me e lei
vi sono non meno di dieci anni di differenza ... e ieri avevamo la stessa età. Sembra io sia un astronauta arrivato da un viaggio nel tempo.
Arrivato alla casa della “Meimi” la
ritrovo sempre uguale, pimpante e indaffarata, mi saluta e mi abbraccia come se
fosse passato un mese dall’ultimo saluto.
Dentro di me sorge una considerazione:
forse in questo paese ci sono solo età a cui si accede per balzi e non in
progressione, forse ci sono solo “stati” e non età.
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