Torrio (val d'Aveto)

Racconti & avventure

Ricordi d'infanzia:

 

       Torrio - val d'Aveto           Carta topografica

Non sono Matusalemme, eppure ho vissuto alcune estati della mia giovinezza in un paesino, allora, rimasto alle soglie del medioevo.

Situato in un posto remoto dell’Appennino ligure a circa 1.100 mt. di quota, Torrio era allora raggiungibile, nella bella stagione, solo a piedi e dopo diverse ore di cammino.
Data l'altitudine e le strade rese impercorribili dalla neve il paese rimaneva completamente isolato durante i mesi invernali.

Le strade praticabili erano due:

A dire il vero una strada carrozzabile era stata tracciata, ma il terreno franoso e le difficoltà di costruzione incontrate avevano interrotto il progetto.

Un unico camion, chissà come arrivato sino ad un poggio in vista del paese, era rimasto lì ad arrugginire senza più la possibilità di ritornare su di una strada percorribile.
(In seguito la sua dinamo fu utilizzata per produrre l'energia per illuminare alcune parti comuni del paese.)

Il paese era e penso sia ancora oggi, formato da due rioni divisi da un torrente:

Alle spalle del paese, verso nord, si ergeva un monte con la sommità tondeggiante ricoperta da uno strato sofficissimo di erba sempre verde, sede di pascolo del bestiame.

L’unica cosa che non mancava in quel luogo era l’acqua, sgorgava freddissima e limpida da tutte le parti, sino a mettere in pericolo il rione orientale, che lentamente si spostava verso valle.

Le case antiche di Torrio erano perlopiù costruite in modo identico:
in muratura, rivolte a sud e con il tetto fatto da strati di paglia compattati e resi impermeabili da un collante ecologico del posto:

cacca di mucca mescolata ad acqua (materiale usato con profitto in molti frangenti).

Normalmente erano costruite su due piani, in cui il primo era diviso tra la cucina e la stalla, ed il secondo ospitava il fienile e le camere da letto.
L’ambiente camera, situato sopra la stalla ed attrezzato in modo da resistere al meglio al freddo senza sprecare combustibili, era così strutturato:

Le strade erano lastricate con pietre, piatte nelle vie centrali e tonde sulle strade periferiche.
Al centro del borgo antico vi era la piazza principale, che si estendeva per oltre una cinquantina di metri quadri, anche questa lastricata, veniva usata nel periodo della mietitura come battitoio per il grano.

La si preparava ricoprendola con un intruglio ben amalgamato (fatto con il materiale già usato per i tetti), che seccato creava un piano perfettamente liscio su cui battere il grano senza perdere chicchi nelle fessure.

La lingua parlata (dialetto) era un genovese mischiato al piacentino, armonico e piacevole da ascoltare, capibile con un po’ di fatica da chi conosceva bene il genovese.

Sin dall’ottocento la mia famiglia frequentava il paese e lo usava per dare riposo ed allegre passeggiate alle signore e come base per la caccia ai maschi della famiglia.

Così i miei genitori, come tradizione, visto che la mia età si avvicinava alla fine della pubertà, decisero di concedermi un periodo di solitaria spensieratezza in quel posto antico e pieno di fascino e di affidarmi ad una anziana signora del posto che mi avrebbe ospitato ed accudito per tutta la vacanza.

La vita si svolgeva come ai primordi della civiltà, tutto era prodotto in loco e le ruote non erano una prerogativa del villaggio.

Il mezzo di trasporto era la slitta, un carro con pattini in legno, fatti da giovani alberi cresciuti su terreni scoscesi, in modo da avere il tronco iniziale ripiegato su di un lato.

La slitta, data la natura del terreno e delle strade periferiche (pietre tonde), era molto più efficiente di un carro con ruote, perché poteva essere utilizzata indifferentemente su terreni acquitrinosi, erbosi o rocciosi ed aveva il pregio di poter essere costruita in casa utilizzando esclusivamente legno.

La corrente elettrica era una cosa di cui si parlava ma che non era mai arrivata nel paese, la installò negli anni successivi il Prete, utilizzando l’unica risorsa abbondante: l’acqua.

Installò presso una cascata una piccola pala da mulino e con la dinamo del camion del poggio e con fili di ferro portò qualche lampada ad illuminare alcune strade e la chiesa.

Questo però gli costò una denuncia alla magistratura.

Così i carabinieri arrivati “in alta uniforme” (non l’accompagnarono al primo treno, perché non c’era) gli consegnarono una diffida a proseguire nell'atto sacrilego.

Tanta sfrontatezza, perpetrata per giunta da un rappresentante del clero, non poteva essere tollerata (si perché l’energia elettrica era monopolio statale ed il produrla "abusivamente" era reato).

Il prete tuttavia fece spallucce e si limitò ad interrompere l’erogazione dell’energia elettrica solo all’arrivo della Benemerita, anche perché, come nelle migliori tradizioni “Apache”, tutti i movimenti da e per il paese erano segnalati con largo anticipo e resi noti a tutta la popolazione.

Tutto il paese sapeva quando il prete andava a dormire, perché prima di coricarsi scollegava il generatore elettrico ... e.. buonanotte.

Lì tutto era “abusivo”:

Ricordo una sera in cui si festeggiava qualcosa nel paese (forse ferragosto):
per l’occasione erano stati chiamati dei suonatori di fisarmonica "foresti" ed era stata organizzata una festa da ballo in cui tutta la gioventù e non, si cimentava scatenandosi in Mazurche e Polche.

Nel mezzo della festa, quando l’allegria era al culmine, la vedetta di turno lanciò il fischio d’allarme e come le marmotte tutti i partecipanti si rintanarono frettolosamente nelle loro case lasciando solo varie candele e lumi colorati ad illuminare il piazzale-balera.

Dopo poco, due gendarmi si presentarono al rappresentante del paese intimando diffide, perché il volgo non può e non deve prendersi certe libertà (senza pagare).

Questa era proprio vessazione, perché lo stato non solo non dava nulla, ma pretendeva, come nel medioevo, la gabella.

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Le mie vacanze:

(dico mie vacanze perché si sono svolte in più anni ed i ricordi non mi permettono di definire esattamente gli avvenimenti di ogni estate.)

 Accompagnato dalle zie, perché pratiche del posto, si parte con la corriera da Chiavari e si percorre tutta la val d'Aveto sino al paesino di Boschi (700 mt. slm.), poi a piedi, portando le valigie per il soggiorno, si sale per la pseudo strada citata in precedenza sino a Torrio (1100mt slm.).

Dopo una fatica immane, passando attraverso  un bosco fittissimo e scosceso, si arriva come d'incanto al "poggio" dove staziona il Camion con le ruote completamente affondate nel fango e la vista finalmente può spaziare su di un panorama bellissimo ed inatteso.

Il paese visto da quel posto sembra proprio la raffigurazione di un presepio, da un lato la chiesa con le case di nuova costruzione dall'altro un borgo medioevale rimasto chissà come integro e vivo, quasi come se un sortilegio avesse congelato il tempo dentro una cupola di cristallo.

Per scoscesi sentieri, passando per Torrio Sotto, ci dirigiamo verso la casa della mia ospite (Torrio sopra) che ci attendeva, avvertita da tempo, sulla porta di casa.

La signora Meimi, questo era il nome della padrona di casa, una signora di età indefinibile con un allegro sorriso sempre piantato sulla bocca ed un atteggiamento da Mary Poppins, ci accoglie con grande allegria e ci invita ad entrare;

la casa era la classica abitazione sopradescritta, ma con notevoli migliorie: al posto della stalla c'era il negozio, un bazar fornito di tutto quello che il paese poteva aver bisogno ed al posto del fienile vi era un’altra camera da letto, il tetto tutto rifatto era "moderno", tutto di tegole rosse. Torrio - val d'Aveto, la casa della Meimi

La “Meimi” era la signora che aveva da sempre ospitato il turismo di famiglia, quindi conosceva tutti sin da bambini, zie comprese.

Dopo le raccomandazioni di rito, le zie mi lasciano in sua custodia e ripartono, a piedi sino alla corriera di Boschi per il ritorno (un safari).

La mia avventura ha così inizio:

Essendo l'unico turista del posto, la prima e unica cosa da fare è quella di adeguarsi ai ritmi di vita del paese e vivere come un qualsiasi membro della comunità.

Nel paese vengo trattato come ospite di riguardo da tutti, anche dai ragazzi del posto, che mi inseriscono nelle loro attività con molta gioia e curiosità.

La vita del paese si svolge seguendo i ritmi del sole e delle necessità del bestiame, unica vera risorsa del posto.

All'alba il borgo si sveglia ed inizia ad accudire il bestiame, che, dopo la mungitura viene liberato e diretto verso i pascoli di montagna.

 Torrio - val d'Aveto
Il compito di dirigere e sorvegliare il bestiame è affidato esclusivamente ai ragazzi ed alle ragazze del posto, che trascorrono la giornata insieme a mucche, asini e muli.

I cavalli, troppo costosi ed inutili erano assenti, le pecore, poche, erano viste come un sottoprodotto e venivano trattate con disprezzo.

Così di prima mattina ci si raduna nella piazza del borgo ed insieme si inizia l'avventura quotidiana.

Provvisti di scorte alimentari per le necessità della giornata, si seguono gli animali per il lungo tratturo che porta alla “montagna erbosa” (così la chiamo perché non ne ricordo il nome), un monte fatto a panettone, ricoperto di un tappeto di sofficissima erba, su cui si cammina e si affonda come su di un materasso.

Tutti gli animali in transumanza, escluso muli ed asini, portano una campana al collo e dal suono i miei compagni riconoscono il nome dell’animale ed il proprietario dello stesso (nome e cognome), a volte riescono a riconoscere animali e proprietari dei borghi vicini (vicini in senso lato, perché si tratta sempre di valicare qualche monte).

Appena usciti dal paese ci si organizza per trovare il mezzo di trasporto (qualsiasi quadrupede in grado di sorreggerci), la cosa però non si presenta quasi mai semplice visto lo stato semibrado degli animali e la mancanza di qualsiasi bardatura.

Si monta a pelo, con unico appiglio la criniera, si guida spostando il peso del corpo nella direzione desiderata tirando contemporaneamente la criniera a destra o a sinistra e nella corsa si ammortizzano i sobbalzi appoggiando la mano sinistra sul garrese.

I pezzi più ambiti sono i muli, difficili e pericolosi; per poterli montare bisogna essere in due:

il primo ragazzo, con un pezzo di pane sul palmo di una mano offre da mangiare all’animale, quando questo si accinge a mangiare lo afferra per le narici e contemporaneamente gli si passa un braccio intorno al collo imprigionando così il mezzo di trasporto,

l’altro salta immediatamente in groppa all’animale, che dopo un po’ di proteste si lascia cavalcare.

Arrivati al pascolo, tutti gli animali si disperdono, controllati e localizzati esclusivamente dal suono dei campanacci.

Così, rimasti senza impegni pressanti, si comincia ad escogitare svaghi per passare la giornata e, con la fantasia da ragazzi, vi è solo il problema di non esagerare.

Tutti i giorni in questo andirivieni tra villaggio e pascoli, avventure e pericoli si susseguono:

Il Rodeo, come cimentarsi con la paura:

l’unica bestia temuta e lasciata da parte è un mulo, bello e grande come un cavallo, ma pazzo più di un mulo, nel suo curriculum vantava l’uccisione del suo padrone con calcio.
Essendo ragazzo ed amando le sfide, il mulo in questione solletica la mia fantasia, sin ché un giorno decido di cimentarmi con lui (mulo):

preso il pane mi avvicino, questo gradisce ed inizia a mangiare nel mio palmo, a quel punto faccio per afferrare le narici e cingergli il collo, ma una lieve indecisione (di paura) da’ al mulo il tempo di reagire e con una sgroppata si gira scalciando ripetutamente, il movimento brusco dell’animale fortunatamente mi ha buttato a terra e così i suoi zoccoli passano a pochi centimetri dal mio viso senza colpirmi.

Il mulo spaventato (rivalità e cattiverie tra paesi ... Torrio & Ferriere):

la “montagna erbosa ” non è riserva dei soli abitanti di Torrio, ma di quando in quando, ragazzi di paesi al di là del monte portano a loro volta il bestiame a pascolare nelle vicinanze e così si accendono dispute e rivalità tra i diversi “Clan”:

Un giorno mentre saliamo per i sentieri della montagna, dei ragazzi con dei maglioni in testa escono gridando da un cespuglio e fanno imbizzarrire le bestie.
Io in groppa ad un mulo sono il primo della carovana, la bestia spaventata invece di impennarsi come mi attendevo, comincia a scalciare sollevando le terga, così inizio a scivolare verso il collo dell'animale, aggrappandomi disperatamente alla criniera.
Dopo alcune sgroppate il mulo sembra acquietarsi, ma improvvisamente prende a galoppare verso valle e si dirige direttamente alla scarpata a lato del sentiero, nel mio equilibrio instabile, sempre più spostato verso il collo del mio destriero, mi afferro, sdraiandomi sulla schiena, alla pelle che passa tra le zampe posteriori e la pancia e in questa scomoda posizione osservo con terrore il fondo della scarpata che oscilla tra le orecchie del mulo.

Arrivati a valle, non so come (il dislivello è di una trentina di metri), la bestia, come liberata da ogni paura, si mette pacificamente a bere ed a passeggiare nel rigagnolo in fondo alla scarpata, io, sempre sdraiato sulla sua schiena e con le gambe serrate intorno al collo cerco di rialzarmi, ma le mani che afferrano la pelle, non rispondono alla mia volontà e continuano a rimanere serrate.

Il salto con l'asino:

nelle verdi praterie, come detto più sopra, si cercano svaghi e passatempi che solo la fantasia può limitare, così un giorno ci si inventa il salto con l’asino, cosa molto improbabile data la natura dell’animale,  ... però a suon di provare...  riesco ad indurre la bestia al salto di un piccolo tronco.

Preso da raptus, mi pongo in testa di fare qualcosa di grande e lanciato l’asino al galoppo lo dirigo verso un piccolo torrente che scorre placido in mezzo all’erba e tento il salto:

preso perfettamente il tempo con il suo galoppo, partiamo (io e l’asino) verso il grande salto e lui, come la cosa più naturale del mondo, balza verso l’altra sponda, arrivati sulla riva opposta la gravità fa sentire la sua presenza e le gambe dell’asino gravate dal suo e dal mio peso si piegano in modo anormale, tanto che mi sorge il pensiero: ops! Si rompe, invece la forte fibra di questi animali ha la meglio e la sua folle corsa continua senza traumi.

Torrio - val d'Aveto, sito delle acrobazieIl primo pomeriggio è dedicato al volo:

alla fine della montagna verde, verso est, vi è un declivio che si raccorda con un monte che sale verticalmente formando una specie di imbuto in cui il vento di mezzogiorno che proviene dal mare si incanala in modo abbastanza violento e costante.

Sfruttando questa prerogativa ci si immerge a braccia aperte nel vento e con le sole punte dei piedi posate a terra ci si sporge il più possibile verso il dirupo, praticamente galleggiando nel flusso costante della “brezza di mezzogiorno”.

La lepre spaventata dal fucile:

nell’ultimo anno di vacanza a Torrio, mio padre mi ha dato il permesso di portare il fucile, un fucile di calibro piccolissimo, adatto al massimo a colpire un passero da una decina di metri.

Con quest’arma micidiale mi aggiro per le colline del posto in cerca di prede, quando attraversando un campo di patate un pezzo di piumino bianco nascosto in mezzo alle foglie attira la mia attenzione:

non sapendo cosa sia, con la canna del fucile alzo il ramo e vedo due occhi che mi fissano ... una lepre, il sangue si raggela; con movimenti lentissimi porto il fucile alla spalla..... un dubbio mi assale: dove colpirla?

Al cuore naturalmente.

Prendo bene la mira e da oltre venti centimetri faccio fuoco...,

la lepre colpita al cuore, mi guarda stupita, si alza e salterellando corre via...

L’immagine del piumino bianco della sua coda che si allontana, rimane nella mia memoria come unico trofeo della giornata.

I cani ed il "pecoro":

raccontavo prima dell’ostilità dei ragazzi del posto verso le pecore, che vengono costantemente allontanate e maltrattate e forse per questo o per un antico senso di protezione si raggruppano costantemente in gregge.

Un giorno, dai colli al di là del monte, vediamo arrivare due cani che subito si interessano alle mucche sparse nel prato intente a pascolare, ma un brusco movimento del capo fornito di corna della mucca più vicina fa rapidamente allontanare i due curiosi.

I cani in un primo momento accolti con indifferenza dai miei amici vengono in seguito anche da loro scacciati in malo modo, così che si dirigono verso il gregge.

Il maschio dominante si interpone subito tra loro ed il gregge, tenendo la testa alta e fremendo in senso di sfida, ma i cani non si fanno intimorire e si avvicinano ancora di più, provocando una carica del montone.

Questo modo di fare eccita i cani, che sdraiandosi per terra ed abbaiando sollecitano l’animale a caricare, spostandosi poi rapidamente in direzioni opposte quando questi lo fa. 

Una lieve apprensione comincia a serpeggiare tra i ragazzi che cominciano a vociare per cacciare gli intrusi, ma questi continuano imperterriti il loro gioco.

 Adesso non scappano più di fronte alle cariche, ma allargandosi sempre meno, ora uno, ora l’altro, cerca di morsicare le zampe posteriori dell’animale, sino a quando un brandello di pelle rimane tra i loro denti. 

Alla vista del sangue da animali giocherelloni si tramutano in famelici lupi.

Il loro aspetto improvvisamente mutato, il pelo sulla schiena irto ed i movimenti lenti e controllati, fanno presagire infausti eventi.

Ora non si dispongono più appaiati di fronte all’animale, ma si posizionano in modo che uno di essi abbia le terga del montone a portata di bocca.

L’epilogo avviene in pochi minuti, uno dei due cani riesce con un morso a squarciare l’addome del malcapitato animale ed a ghermirne le interiora sfilandole completamente, la scena che ne segue potrebbe far parte di un film degli orrori.

I cani, abbattuto l’animale, si rimpinzano fino all’inverosimile e come otri ricolmi si allontanano barcollando.

Il silenzio è calato come una cappa, nessuno ha nulla da dire.

Ci guardiamo negli occhi con il rimorso di non aver fatto nulla per fermare lo scempio.

Il ritorno:

quando il sole si avvicina all’orizzonte si raduna il bestiame per il ritorno, si fa la conta chiamando nome per nome ed in base al suono dei campanacci si individuano gli animali dispersi nei vari boschetti circostanti (dico boschetti perché sono perlopiù di una decina di metri quadri, con al centro uno spazio libero delle dimensioni di una mucca, questi boschetti sono utilizzati dal bestiame per la siesta e per il riparo dal sole, dando in cambio un ottima concimazione).

Al grido di “tutti presenti” si inizia la marcia di ritorno, con la solita manfrina dell’accaparramento del mezzo di trasporto.

Arrivati al paese il flusso si disperde automaticamente in tanti rivoli ed ognuno ritorna al nido natio. 

 La sera: come spendere 1.000 lire in un mese:

mille lire in quei tempi erano una bella somma per un ragazzo di città (probabilmente circa di 50€ al valore attuale), ma una cifra iperbolica in quel paese e quindi spenderle (o semplicemente spendere) era un problema, l’unico posto atto alla bisogna era l’osteria, dove la sera con gli amici ci si intratteneva in favolose partite a carte.

Io talmente ricco da non saper cosa fare dei soldi, cerco di offrire tutto a tutti (poco, perché le cose costose non esistono), ma invece di approvazione provoco risentimento,  critiche ed accuse di sperpero.

 I loro desideri sono consoni alla condizione di vita del posto, i soldi sono una cosa preziosa da usare per mercanzie  provenienti da "fuori" e non vanno sprecati in cose non necessarie.

... 

I regali non sono graditi quando vengono offerti non dando valore a ciò che si offre. 

Finito il periodo della felice adolescenza, non sono più ritornato in quel paese per un lungo periodo, sin ché un anno passando con la moto da quelle parti, mi prende la curiosità di rivedere quei posti.

Così:

Dieci anni dopo:   un incontro scioccante

In una solitaria gita in moto, passando per la Val D’Aveto ripenso ai posti della mia gioventù ed una irrefrenabile nostalgia mi prende.

Così presa la strada per Torrio, questa volta asfaltata, mi inerpico per i tornanti che portano al paese, arrivo al poggio e ripercorro a piedi la nota strada che mi porta alla casa della Signora Meimi, durante il tragitto mi sento chiamare per nome da una signora a cui davo apparentemente un’età indefinibile, ma certo più vicina alla maturità che non alla gioventù.

La signora in questione con un grande sorriso mi apostrofa “Hei!!" non ti ricordi più di me? sono la “Gina”, ti ricordi dei bei tempi passati sui pascoli?”

Per quanta fatica faccia per ricordare, solo il nome mi dice qualcosa, la figura no, non posso collegare la signora in questione alla ragazzina a cui lei si riferisce.

Ricordo il volto di una giovinetta molto carina, sempre in competizione con i maschi e con un’allegria innata e contagiosa, ma non posso associare lei a quell’immagine..

il mio io si rifiuta di crederlo, tra me e lei vi sono non meno di dieci anni di differenza ... e ieri avevamo la stessa età.

Sembra io sia un astronauta arrivato da un viaggio nel tempo. 

Giunto alla casa della “Meimi” la ritrovo sempre uguale, pimpante e indaffarata, mi saluta e mi abbraccia come se fosse passato un mese dall’ultimo saluto.

Dentro di me sorge una considerazione:

forse in questo paese ci sono solo età a cui si accede per balzi e non in progressione, forse ci sono solo “stati” e non età.

 

 

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  Autore: Solaxart    e-mail: solaxart@preboggion.it